IL RITIRO DI ARATA: L'ESEMPIO DI UN BASKET CHE CI MANCA TANTO

ANDREA CHIUDE UNA SPLENDIDA CARRIERA CON 5 ANNI DA CAPITANO DEL BASKET SOLE: GRANDE ONORE A QUEL NUMERO 24 DIVENUTO MAGICO


PIACENZA - «Cara pallacanestro, sono pronto a lasciarti andare, in modo che entrambi possiamo assaporare ogni momento trascorso insieme. Quelli belli e quelli brutti. Ci siamo dati tutto». Questo ha scritto sul suo profilo facebook Andrea Arata lo scorso 16 aprile, di ritorno da Bibbiano, dove col Basket Sole aveva appena giocato, e perso, lo spareggio per i quarti di finale nei play off promozione.
Un ultimo viaggio cestistico che segna il definitivo sipario su una carriera lunga, bella e ricca. Di significati sportivi, ma soprattutto umani.
Perché Arata è sempre stato il giocatore che ogni allenatore voleva in squadra. Bravo, capace e, al tempo stesso, non rompiballe e neppure individualista.
Al Basket Sole Arata si è legato per gli ultimi 5 anni del suo viaggio cestistico. Tutti vissuti da capitano, realizzando 790 punti in 108 partite, costantemente leader silenzioso di gruppi che lo hanno sempre accettato come tale, riconoscendone doti cestistiche e umane. Arata sempre e comunque rispettato dagli avversari: anche loro negli anni non hanno mai smesso di apprezzarlo.
Fu un grande onore, un po' misto a sorpresa, quando nell'estate del 2011 il "mitico" Arata decise di indossare la nostra canotta rossoblù. Una pazza idea di mezza estate di cui in società andammo molto orgogliosi. Arata scelse di scendere in Promozione, in una società appena nata, semisconosciuta, che aveva ancora tutto o quasi da dimostrare. Arata investì nel Basket Sole e da qui non si è più mosso, riconoscendoci tante belle cose. Detto da lui...
I 26 punti realizzati in un infuocato derby a Castel San Giovanni, l'egregia conduzione dalla panchina in una trasferta a Borgotaro che il Basket Sole affrontò senza allenatore, le mitiche bombe in ritmo e le devastanti penetrazioni: flash pescati qua e là dall'album di 5 anni ricchi e belli.
Probabilmente non ritireremo il 24: sarebbe un'operazione troppo inflazionata e ormai banalizzata sotto ogni latitudine. Ma molto probabilmente quel 24 non avremo più il coraggio di assegnarlo a nessun altro giocatore, perché quel numero ormai ha un padrone ad honorem.
Col ritiro di Arata se ne va una delle ultime testimonianze di un basket che ormai non c'è più. Un basket di campetti senza play station, un basket a misura di ragazzo di provincia e non formato Nba, un basket coltivato lungo una carriera trentennale per pura passione e non per quei quattro soldi mascherati da rimborso spese. Un basket pane, amore e fantasia che le nuove generazioni fanno sempre più fatica a comprendere. Un basket pane, amore e fantasia che ha trovato in "Andrea Arata numero 24" uno dei suoi massimi esponenti.